Cari Lettori,

l’articolo di oggi è la recensione di “Una donna nella notte polare” di Christine Ritter, un libro dal titolo particolare e dalla cover carina, ma che ha lasciato perplessa la nostra cara Federica.

La recensione di oggi di “Una donna nella notte polare“, che potete trovare su Amazon, è scritta da Federica Franca. Come sempre vi lascio il banner, la trama e subito dopo la recensione.

UNA DONNA NELLA NOTTE POLARE

TRAMA
Nel 1934, la pittrice Christiane Ritter lascia la sua comoda vita in Austria e si reca nella remota isola artica di Spitsbergen, per trascorrervi un anno assieme al marito. Pensa che sarà un viaggio rilassante, un’opportunità per rimanere accanto “al tepore della stufa, e limitarmi a sferruzzare, dipingere guardando fuori dalla finestra, leggere libroni nella calma più remota e soprattutto dormire a volontà”.

Ma quando Christiane arriva a destinazione si ritrova di fronte a qualcosa di molto meno bucolico e romantico: una capanna piccola e sgangherata, posta sulla riva di un fiordo solitario a centinaia di miglia di distanza dall’insediamento più vicino con la necessità di combattere ogni giorno con gli elementi della natura per sopravvivere.

All’inizio Christiane è inorridita dal gelo indescrivibile, dal paesaggio immerso in un sempre più lungo crepuscolo, dalla mancanza di ogni attrezzatura e della minima comodità, dall’assenza di rifornimenti… Ma col passare del tempo, dopo incontri con orsi e foche, volpi artiche, lunghe camminate sul ghiaccio e mesi al termine della notte senza fine, si ritrova innamorata dell’Artico ostile, della sua bellezza irreale, conquistando così un grande senso di pace interiore e una rinnovata riconoscenza verso la sacralità e la bellezza della vita.

RECENSIONE
Ho acquistato questo romanzo a gennaio, durante un periodo molto turbolento per me e la mia famiglia, con la speranza che, leggendolo, potesse regalarmi un po’ di serenità: i libri che parlano di natura sono diventati, da qualche mese a questa parte, un ottimo antidoto per contrastare i momenti bui.
Letto un paio di mesi dopo l’acquisto, “Una donna nella notte polare” non ha avuto l’effetto auspicato. E lo dico con profonda, profondissima amarezza. Perché tenevo davvero molto a questo libro, lo guardavo riposto tra gli scaffali della mia libreria con occhi adoranti ogniqualvolta mi sentissi sottotono, desiderando di leggerlo il prima possibile, convinta che mi avrebbe fatto bene.


In breve, “Una donna nella notte polare” racconta dell’esperienza vissuta dall’autrice dopo aver deciso di lasciare l’Austria per raggiungere il marito a Spitsbergen, una remota isola nel Mar Glaciale Artico, nonché una delle più estese dell’arcipelago delle Svalbard. Sicura di trascorrere un anno di totale relax, Christiane si accorge ben presto di quanto, invece, la vita in quella zone sia estenuante e complessa, tra bufere improvvise, lotte per trovare del cibo, temperature che rasentano i cinquanta gradi sotto lo zero e un’oscurità che sembra essere interminabile.


Eppure, malgrado tutto questo, Christiane imparerà ad andare oltre a quella coltre di ghiaccio, neve e gelo, scoprendo e comprendendo la bellezza dell’Artico, il giovamento che si può trarre dalla solitudine e l’incanto e la meraviglia della vita, in tutte le sue forme.
Cos’ho trovato di tutto questo all’interno del romanzo? Sprazzi.
Solamente pochi passaggi sono riusciti davvero a emozionarmi.


All’inizio della sua avventura, Christiane è sconvolta e scombussolata: non riesce a scorgere alcun fascino in quella landa desolata, così brulla e respingente, e ce lo dice diverse volte. Ma io non ho percepito i suoi timori, la sua fatica, i suoi sentimenti nell’osservare quella terra e quella capanna che per un anno sarebbe stata casa sua. Non ho avuto paura per lei, non mi immedesimata, non ho nemmeno capito se l’immagine che mi ero creata in testa di Spitsbergen e della baracca corrispondesse effettivamente al vero.
Nonostante tutto, però, ho tenuto duro, pensando che questo mio “non sentire nulla” fosse voluto e previsto dall’autrice: del resto, in qualche modo bisognava far passare al lettore quell’idea di piattezza, grigiore e monotonia che ha accolto Christiane, non appena giunta sull’isola!
E invece no, doppia delusione. Quando l’autrice comincia a conoscere e apprezzare la suggestione di quella terra ostile, la sua narrazione… non cambia.

Come detto poc’anzi, solo pochi sprazzi di emozione, magia e incanto sono trasparsi.
La maggior parte delle descrizioni mi sono apparse completamente piatte, non vi ho scorto alcun trasporto emotivo.
L’Artico mi affascina, anni fa ho visitato la Finlandia, e, tramite questo romanzo, volevo anche provare a trovare similarità e divergenze tra il paesaggio, le emozioni e lo stupore sperimentato quando ci si trova dinnanzi e circondati da un mondo così lontano e differente rispetto alla vita alla quale si è abituati. Ma nulla, l’immagine della “mia” Finlandia non è riuscita a specchiarsi nella Spitsbergen di Christiane: è rimasta sola, isolata nella mia mente arida e incapace di dipingere lo spettacolo che “non è per l’occhio umano”.

Ho proseguito con la lettura più per inerzia che per vero piacere, accompagnata dalla triste impressione di trovarmi davanti una mera lista della spesa.
Ho terminato il libro accompagnata da un forte dispiacere e con la sensazione di non aver avuto
l’opportunità di viaggiare, di visitare e di scoprire insieme a Christiane Ritter la profonda magnificenza e armonia celate dai ghiacci di Spitsbergen.
Voto finale: 2,5 stelle

Classificazione: 2.5 su 5.

Articolo scritto da Federica Franca per @la_biblioteca_di_Stefania

Vietata la riproduzione ©

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