Carissimi lettori amanti delle raccolte di racconti,

la recensione di oggi, scritta dalla nostra amatissima collaboratrice Federica, sicuramente vi interesserà. Federica ha parlato di “Cocci di vetro”, una raccolta di racconti edita BookaBook e scritta da Valeria Franco.

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TRAMA
L’animo umano: talvolta si rivela un luogo di tenebre e irrisolti che celiamo a noi stessi dietro una maschera di integrità. Ma al di là di essa ci riscopriamo scabri, acuminati, frantumi di un vaso di vetro andato in pezzi molto tempo fa. Cocci di vetro scava tra quei frammenti senza paura di ferirsi, alla ricerca di un bagliore che di riflesso torni a illuminarci.


RECENSIONE


Questa raccolta di racconti, per me, ha un grande, grandissimo pregio: la scrittura dell’autrice.
Ne sono rimasta colpita già a partire dalla prefazione, tramite una frase molto semplice, ma che – ne ignoro il motivo – mi ha trasmesso un’immensa dolcezza.


Procedendo nella lettura, ho cominciato a sorprendermi, sempre di più, pagina dopo pagina, sino a
giungere alla fine dell’opera: ero convinta che lo stile di Valeria sarebbe rimasto immutato, che a far
compagnia ai lettori sarebbe stata quella penna tanto tenera e dolce che mi aveva accolta dalle prime righe, invece mi sono trovata dinnanzi a un’evoluzione continua.
Il modo di scrivere dell’autrice ha aderito perfettamente a ogni racconto, diventando, a seconda di quanto narrato, graffiante, tenero, pungente, sobrio, poetico, distaccato, commovente, tetro, tragico.
Insomma, una capacità di adattamento che non mi sarei mai aspettata – data anche la giovanissima età di Valeria (una ragazza di ventidue anni) –, un cambiamento senza fine, quasi come se si avesse a che fare con un mutaforma, un’enorme capacità di padroneggiare e di destreggiarsi tra le parole, in uno stile che, però, non perde mai la sua eleganza.


Ecco, questo è l’aggettivo che mi sento di usare per descrivere la narrazione della scrittrice: elegante.
E ci tengo a sottolineare questo aspetto perché, non solo ne sono rimasta davvero impressionata, ma perché Valeria, con me, è partita già svantaggiata.
E ora, infatti, veniamo alla raccolta di racconti in sé per sé.
Quando Valeria mi ha proposto la collaborazione, già sapeva quanto il suo libro mi ispirasse, ma era anche a conoscenza delle mie riserve su questo genere letterario. Solo le raccolte che rientrano in determinati parametri ho la certezza che mi piacciano. E io e Valeria ne abbiamo ampiamente parlato, fino a prendere la decisione di provarci: sarebbe stato, per lei, un modo per “mettersi alla prova” con una persona potenzialmente non amante di quanto aveva scritto.


Per me, questa raccolta si è spaccata nettamente in due: da un lato, i racconti che mi sono piaciuti (molto!); dall’altro, quelli che proprio non ho apprezzato. Non ci sono state mezze misure.
Quelli che appartengono alla prima categoria mi sono piaciuti davvero tanto. Avevano incorporati tra loro i due elementi che fanno sì che un racconto mi colpisca: effetto sorpresa e genialità (sì, mi accontento di poco, eh). I miei due racconti preferiti sono stati “Parla, ti ascolto”, “Sotto un riflettore sono tutti eroi” e “Vendetta”: per motivi diversi, per il diverso stile, per la retorica utilizzata, per il ritmo narrativo, ma anche per l’unico elemento che avevano in comune: mi hanno spinta a riflettere. Ed è questo che io cerco in una raccolta: devo uscirne cambiata.


I racconti di Valeria che ho gradito hanno avuto proprio questo potere. E molti di essi mi hanno sorpresa per le loro tematiche: riflessioni a cui io non ho mai minimamente fatto caso, pensieri e modi di osservare la realtà che non ho mai considerato. Leggevo, leggevo e mi domandavo: “Ma come ha fatto Valeria a partorire un racconto così geniale?”.
Sorpresa, stupore e felicità.
E i racconti che non ho apprezzato? Ce ne sono diversi. Uno, in particolar modo, è l’emblema di ciò che non voglio trovare in una raccolta. Dal titolo “Il peggior sogno mai sognato”, anche qui la scrittura è sublime. In poche pagina viene a crearsi una curiosità infinita, mangimangimangi le parole per giungere alla fine e capirne qualcosa in più, poi la tanto attesa fine arriva e… beh, tutto finisce lì, così. Ricordo di aver pensato, un po’ delusa: “Beh, e adesso? Cosa mi vuole comunicare l’autrice con questo racconto?”. Questo è stato l’interrogativo prevalente che ha accompagnato i racconti che non mi hanno colpita.


Due o tre, invece, non li ho proprio capiti, benché li abbia letti con attenzione e sia anche tornata indietro per verificare di non essermi persa qualche passaggio chiave.
Insomma, questa è stata la mia esperienza con “Cocci di vetro”.
Racconti emozionanti, racconti “non approvati”.


Una scrittura magnifica e reale. Se Valeria vuole che il lettore sperimenti il buio, il lettore sperimenterà il buio. Un racconto è claustrofobico? Bene, il lettore avvertirà su di sé l’ombra della claustrofobia. E così via.


Consiglio questa pubblicazione?
A chi ama le raccolte di racconti, sì, assolutamente.
A chi non ama il genere, ma ne è un po’ incuriosito, proprio come è successo a me, non ho risposta. Sarà come un terno all’otto, al lettore la scelta se provarci o meno.
Ringrazio l’autrice per avermi fornito la copia della pubblicazione.

Articolo scritto da Federica Franca per @la_biblioteca_di_Stefania

Vietata la riproduzione ©

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